Il peccato: rifiutare Cristo

Se l'idolatria caratterizza le nazioni pagane, l'incredulità tocca lo tesso popolo di Dio. Tutta la storia di Israele è costellata di incredulità, di rifiuti, di nostalgie e di ritorni verso gli idoli, di fiducia negli dèi dei popoli vicini, oppure di fiducia nelle grandi alleanze con i popoli pagani. Espressione toccante di questo rifiuto è la condizione del profeta, sempre ostacolato dal popolo, non accettato, spesso inseguito e perseguitato: «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati». L'incredulità del popolo è sempre stata uno scandalo.

Gesù e la sua gente
II rapporto di Gesù con il suo popolo è stato un rapporto allo stesso tempo tenero e tempestoso: «Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!».
Come i loro padri si erano comportati con i profeti, così gli Israeliti si comportano con Gesù; sono un «popolo di ribelli... sono figli testardi e dal cuore indurito» (1a lettura). Molte sono le ragioni del fallimento e del rifiuto del popolo eletto. Anzitutto gli errori di interpretazione della Legge. Il popolo ha soffocato nella lettera un documento pieno di tensione escatologica; ha ridotto la missione e la figura del Messia alle dimensioni di un quadro troppo umano e troppo nazionalista. Alcuni strati del popolo hanno creduto di poter essere sufficienti a se stessi e si sono chiusi ad ogni iniziativa di Dio. Accecati dalla preoccupazione di vantaggi terreni, altri Ebrei hanno trascurato i segni che Dio loro mandava. Anche il culto è stato deformato nel formalismo e il tempio è divenuto un luogo di prestazioni cultuali senza un vero impegno personale.
In questo contesto l'incidente di Nazaret assume un significato emblematico. Gesù si presenta al suo paese non come semplice cittadino che fa una visita alla sua famiglia; egli ci va con i suoi discepoli nel pieno esercizio della sua qualità di Rabbi dotato di sapienza e di autorità fuori del comune. Tali sue qualità eccezionali sono poste in netto contrasto con la sua origine; la sua gente «si scandalizza di lui» e non lo accetta per quello che lui veramente è. San Paolo dice che un Messia come Gesù «è follia per i Greci e scandalo per i Giudei» (1 Cor 1,23).

Il pericolo dell'autosufficienza.
Una gran parte di Ebrei non ha riconosciuto il Cristo, ma le ragioni che spiegano questo rifiuto toccano anche noi: anche noi siamo continuamente in pericolo di volerci salvare da soli, di riporre la nostra fiducia solo nei mezzi esterni, di portare nel nostro culto più formalismo che interiorità, di restringere, con le nostre interpretazioni troppo umane e troppo legate ad un particolare ambiente, l'universalità della nostra religione. Soprattutto, anche noi siamo nella continua tentazione di far tacere i profeti perché ci scomodano dalle nostre posizioni acquisite e fanno saltare le nostre sicurezze. Gesù non è venuto per confermarci nelle nostre sicurezze; la sua persona è sempre un segno di contraddizione, la sua parola provoca a fare delle scelte, a comprometterci. Eppure noi sappiamo prendere le giuste distanze, sappiamo metterci al di sopra delle parti, per non scomodare nessuno, per non provocare reazioni e rifiuti... Il profeta ci obbliga ad uscire dalla nostra posizione di equilibrio, a scuotere la nostra tranquillità: per questo è spesso urtante. Una costante di tutti i profeti è la difficoltà d'impatto della loro persona e del loro messaggio con i loro immediati uditori. In un mondo che cerca di vivere nella tranquillità, di approfittare egoisticamente dell'oggi, il profeta diventa per forza un segno di contraddizione.

Rifiutare Dio è disgregarsi
Con il peccato l'uomo, pretendendo di essere simile a Dio, vuoi fare e decidere da sé ciò che è bene e ciò che è male. Da questa illusoria pretesa di autosufficienza e di rifiuto di Dio, risulta distrutta l'immagine stessa dell'uomo, smarrito il senso della sua vita, diviso in se stesso e dagli altri. Quanto più l'uomo rifiuta la comunione con Dio, infatti, tanto più diviene incapace di comunione con gli altri. Il peccato si trasforma sempre in esperienza di separazione, divisione, lotta, contrasto e solitudine. È una profonda incapacità a comunicare, a vivere in una unità d'amore, a comprendere e ad accogliere l'altro nelle sue aspirazioni ed esigenze (cf CdA, pagg. 470-471).